VACCINI: 80MILA BAMBINI ESCLUSI DALLA MATERNA

 

Da oggi quasi tutti i bambini hanno ripreso la scuola, ma non tutti i bimbi della materna potranno avere l’accesso a scuola perché non in regola con le vaccinazioni: si stima che siano circa 80 mila i bambini esclusi dalla materna.

La Legge Lorenzin approvata nel 2017 per l’anno scolastico appena iniziato viene applicata in modo completo senza possibilità di proroghe o autocertificazioni come successo per gli anni passati.

Il numero è calcolato in base a quanti al primo gennaio di quest’anno non erano ancora stati vaccinati per l’esavalente (antidifterite, tetano, pertosse, polio, epatite B e emofilo previsti dai 3 ai 6 mesi) e per il quadrivalente (anti morbillo, varicella, parotite e rosolia previsti dai 13 ai 16 mesi).

Il numero potrebbe essere in calo, considerato che negli scorsi mesi molti genitori hanno provveduto a far vaccinare i propri figli, ma il numero dei non vaccinati rimane sempre alto, stando ai dati regionali.

In Veneto, infatti, ben 7 mila bambini rimarranno fuori dalle scuole per mancata vaccinazione (i Nas a Treviso hanno segnalato 60 persone per aver falsificato i certificati per far entrare comunque i figli a scuola), mentre in Toscana risultano poco più di 4 mila i bambini senza vaccinazioni e in Lombardia circa 17 mila.

In Friuli Venezia Giulia si stima che 3.000 alunni non potranno entrare in classe, in Liguria 1.800 e nelle Marche 4.500.

La Romagna è una delle zone a più basso tasso di vaccinazione: l’ufficio scolastico ragionale ha annunciato che si stanno preparando i decreti di revoca per chi non ha rispettato la legge.

Ad Ivrea si è svolta una fiaccolata in sostegno ad una mamma in sciopero della fame perché le sue due gemelle di 3 anni non vaccinate non sono state fatte entrare a scuola.

A più di due anni dalla sua approvazione la Legge Lorenzin continua a dividere le posizioni di quanti sono a favore dei vaccini e di quanti sostengono le proprie idee no- vax: si aspettano, pertanto, direttive dal nuovo Ministro Roberto Speranza che ancora non si è ufficialmente espresso.

MINORI E VIOLENZA DOMESTICA: IL DOSSIER DI SAVE THE CHILDREN

 

“Abbattiamo il muro del silenzio” è questo il titolo del dossier di Save the Children nel quel trovare dati e storie di minori che assistono ad atti di violenza domestica.

Si stima che in Italia 427 mila bambini, in soli 5 anni, sono stati testimoni diretti o indiretti dei maltrattamenti in casa nei confronti delle loro mamme, quasi sempre per mano dell’uomo.

Tuttavia non è facile conoscere esattamente quanti sono questi bambini perché la violenza domestica non fa statistica:

“Le fonti attualmente esistenti sono fonti plurime, frammentarie, carenti e persino non definite univocamente. Le fonti di tipo amministrativo – in ambito sanitario, giuridico e sociale – non sono ancora adeguate”

Dal dossier emerge che tra le donne che in Italia hanno subito violenza nella loro vita – oltre 6,7 milioni secondo l’Istat -, più di 1 su 10 ha avuto paura che la propria vita o quella dei propri figli fosse in pericolo.

In quasi la metà dei casi di violenza domestica (48,5%), inoltre, i figli hanno assistito direttamente ai maltrattamenti, una percentuale che supera la soglia del 50% al nord-ovest, al nord-est e al sud, mentre in più di 1 caso su 10 (12,7%) le donne dichiarano che i propri bambini sono stati a loro volta vittime dirette dei soprusi per mano dei loro padri.

Per quanto riguarda gli autori delle violenze i dati evidenziano che nella quasi totalità dei casi (94%) i condannati sono uomini e che la fascia di età maggiormente interessata è quella tra i 25 e i 54 anni.

Il dossier si occupa anche di indicare quali sono gli effetti e le ripercussioni che gli atti di violenza hanno sui più piccoli: il bambino, soprattutto in tenera età, sottoposto a forte stress e violenza psicologica può manifestare deficit nella crescita e ritardi nello sviluppo psico motorio e deficit visivi.

La violenza, inoltre, può danneggiare lo sviluppo neuro cognitivo del bambino, con effetti negativi sull’autostima, sulla capacità di empatia e sulle competenze intellettive.

Nel lungo periodo la ricerca ha dimostrato che l’esposizione ripetuta alla violenza in famiglia può comportare, in alcuni bambini l’insorgere di disturbi del linguaggio, di disturbi evolutivi dell’autocontrollo, come l’iperattività.

Ma la continua e ripetuta esposizione alla violenza influisce sul bambino anche comportando l’insorgere e/o l’acuirsi di emozioni come la paura costante, il senso di colpa nel sentirsi in qualche modo privilegiato di non essere la vittima diretta della violenza, la tristezza e la rabbia dovute, tra le altre, al senso di impotenza e all’incapacità di reagire alla violenza.

C’è un concreto rischio di un aumento dei comportamenti violenti del bambino nei confronti non solo in generale del mondo esterno, ma anche del genitore che ha subito la violenza.

È riconosciuto inoltre il rischio di trasmissione intergenerazionale della violenza.

Gli studi condotti sui minori che hanno subito violenza assistita, hanno ancora dimostrato che in generale quest’ultimi soffrono di una maggiore incapacità di stringere e mantenere relazioni sociali e presentano scarse competenze emotive.

Anche il rapporto tra madre che subisce la violenza e figlio che vi assiste direttamente o meno viene fortemente messo a rischio, soprattutto quando le violenze vengono agite nei primissimi anni di vita dei figli: una mamma turbata e traumatizzata dalla violenza ha più probabilità di mettere in atto comportamenti contraddittori verso il/la figlio/a, comportamenti che denotano paura e che a loro volta spaventano i bambini.

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L’ISTRUZIONE DEVE ESSERE UN DIRITTO DI TUTTI I BAMBINI ANCHE DI QUELLI RIFUGIATI

 

Secondo il rapporto Stepping Up: Refugee Education in Crisis (Rafforzare l’istruzione dei rifugiati in tempi di crisi) pubblicato dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, purtroppo, ad oggi, l’istruzione rimane un bene di cui non può usufruire più della metà dei bambini rifugiati: dei 7,1 milioni di bambini rifugiati in età scolare 3,7 milioni non vanno a scuola.

Solo il 63% dei bambini rifugiati frequenta la scuola primaria, rispetto al 91% su scala globale, mentre gli adolescenti iscritti alla scuola secondaria sono il 24%, a fronte dell’84% nel mondo.

“La scuola rappresenta una seconda occasione per i rifugiati,” Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati “Privarli dell’opportunità di sviluppare le competenze e le conoscenze di cui hanno bisogno per investire nel loro futuro significa venir meno ai nostri doveri nei loro confronti.”

Secondo il rapporto la causa del forte calo della frequenza scolastica da parte dei rifugiati nel passaggio tra la scuola primaria e secondaria è la mancanza di finanziamenti e per questo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite esorta i governi, il settore privato, le organizzazioni educative e i donatori a fornire supporto finanziario a una nuova iniziativa per l’istruzione secondaria che si propone di sostenere la costruzione e la ristrutturazione degli edifici scolastici, la formazione degli insegnanti e la distribuzione di aiuti finanziari alle famiglie dei rifugiati.

L’Unhcr chiede inoltre che i rifugiati vengano inclusi nei sistemi educativi nazionali, anziché essere trasferiti in scuole alternative non ufficiali.

“Dobbiamo investire nell’istruzione o saremo costretti a sostenere i costi di una generazione di bambini condannati a crescere senza poter essere indipendenti, trovare un lavoro e fornire il loro pieno contributo alle loro comunità” Grandi.

L’UNHCR esorta inoltre scuole, università e ministeri dell’istruzione ad adottare un approccio più realistico in relazione alla documentazione. A molti rifugiati viene infatti negato l’accesso all’istruzione perché sono fuggiti senza portare con sé i certificati degli esami sostenuti e dei corsi frequentati, come pure i documenti di identità. Ma anche nel caso in cui abbiano tali attestati, alcuni Paesi ospitanti rifiutano di riconoscere le qualifiche ottenute nei Paesi di origine.

Il sostegno all’iniziativa per l’istruzione secondaria sarà uno dei punti chiave del prossimo Forum Globale sui Rifugiati, che si terrà a Ginevra il 17 e 18 dicembre 2019.

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Bullismo online: più di un terzo dei giovani ne è vittima

I risultati del sondaggio lanciato oggi dall’UNICEF e dal Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla Violenza contro i Bambini riguardano più di 170.000 U-Reporters fra i 13 e i 24 anni di diversi paesi Albania, Bangladesh, Belize, Bolivia, Brasile, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Equador, Francia, Gambia, Ghana, Giamaica, India, Indonesia, Iraq, Kosovo, Liberia, Malawi, Malesia, Mali, Moldavia, Montenegro, Myanmar, Nigeria, Romania, Sierra Leone, Trinidad e Tobago, Ucraina, Vietnam e Zimbabwe.

I dati rivelano che 1 giovane su 3 è stato vittima di cyberbullismo e 1 su 5 ha saltato la scuola a causa degli attacchi subiti.

Il fenomeno riguarda paesi ad alto reddito e non, il 34% dei rispondenti in Africa subsahariana ha, infatti, dichiarato di essere stato vittima di bullismo online.

“In tutto il mondo, i giovani – sia nei paesi ad alto che a basso reddito – ci stanno dicendo che sono stati bullizzati online, che ciò sta colpendo la loro istruzione e che vogliono che finisca” Henrietta Fore Direttore generale dell’UNICEF “Nell’anno del 30esimo anniversario della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, dobbiamo assicurarci che i diritti dei bambini siano in prima linea nella sicurezza digitale e nelle politiche di protezione”

Sempre secondo il sondaggio i social network, fra cui Facebook, Instagram, Snapchat e Twitter, sono i luoghi in cui si verifica più comunemente il bullismo online.

Circa il 39% dei giovani ha dichiarato di sapere che esistono gruppi privati online all’interno della comunità scolastica in cui i bambini condividono informazioni sui loro coetanei a scopo di bullismo.

“Uno dei messaggi chiave che emerge chiaramente dalle loro opinioni è la necessità di coinvolgimento e collaborazione dei bambini e dei giovani: quando è stato chiesto loro chi dovrebbe essere responsabile di porre fine al cyberbullismo, le opinioni erano ugualmente divise fra governi, fornitori di servizi internet (settore privato) e i giovani stessi” Najat Maalla Mjid, Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla Violenza contro i Bambini. “Questa impresa ci unisce tutti, e dobbiamo condividere le responsabilità collaborando”.

Diverse sono le richieste per prevenire e porre fine alle varie forme di bullismo: dal rafforzamento delle politiche per proteggere i  ragazzi, alla creazione di help line nazionali; dal miglioramento degli standard e  delle pratiche etiche per i provider dei social network, alla formazione di insegnati e genitori.

Nuovo rapporto ONU: in Asia e in Africa le percentuali più alte di malnutrizione e obesità.

 

Dai dati dello “State of Food Security and Nutrition in the World”, il rapporto annuale sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo, redatto da FAO – IFAD – WFP- UNICEF- OMS emerge la difficoltà di raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG) 2 che prevede l’azzeramento della fame nel mondo entro il 2030: nel 2018 circa 820 milioni di persone, infatti, non hanno avuto cibo a sufficienza, 1 abitante della Terra su 9.

Se da un lato, però, nel mondo aumentano le persone colpite da malnutrizione, dall’altro c’è un incremento di persone in sovrappeso e obesità, in particolare tra i bambini in età scolare e gli adulti.

L’Africa e l’Asia meridionale ospitano il 90% della malnutrizione cronica e della malnutrizione acuta a livello globale (Asia: 513,9 milioni, Africa: 256,1 milioni) ma paradossalmente in Asia e Africa vivono anche quasi 3/4 di tutti i bambini in sovrappeso al mondo, sintomo anch’esso di alimentazione scorretta.

“I nostri interventi per affrontare queste preoccupanti tendenze dovranno essere più decisi – non solo come portata, ma anche in termini di collaborazione multisettoriale” messaggio delle cinque agenzie delle Nazioni Unite.

Per i poveri, i vulnerabili e gli emarginati risulta più difficile far fronte alle crisi alimentari e ai rallentamenti economici.

“Dobbiamo promuovere una trasformazione strutturale inclusiva e a favore dei poveri, incentrata sulle persone e che ponga le comunità al centro per ridurre le vulnerabilità economiche e metterci sulla buona strada per porre fine alla fame, all’insicurezza alimentare e a tutte le forme di malnutrizione” messaggio delle cinque agenzie delle Nazioni Unite.

Le cause della fame nel mondo sono molte: cambiamenti climatici, conflitti e crisi economiche e per questo risulta necessario trasformare gli attuali sistemi agroalimentari per garantire cibo sano alla popolazione mondiale in continuo incremento. _The_State_of_Food_Security_and_Nutrition_2019_-_Full_Report

 

MINORI: 1 SU 10 AL MONDO È VITTIMA DI SFRUTTAMENTO SUL LAVORO

 

Sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni vittime di sfruttamento lavorativo, 1 su 10 al mondo.

Sessantaquattro milioni di bambine e 88 milioni di bambini e di questi circa 73 milioni svolgono lavori pericolosi, rischiando la propria salute e sicurezza. Quasi la metà del totale (72 milioni) si trova in Africa, con Mali, Nigeria, Guinea Bissau e Ciad.

Circa 79 milioni di questi minori hanno un’età compresa tra i 12 e i 17 anni, mentre 73 milioni hanno tra i 5 e gli 11 anni, e quindi ancor più vulnerabili ed esposti al rischio di conseguenze sul loro sviluppo psico-fisico.
I bambini sono impiegati in vari settori più di 7 su 10 vengono impiegati in agricoltura, mentre il restante 29% lavora nel settore dei servizi (17%) o nell’industria, miniere comprese (12%).

Si tratta di bambini a cui vengono ingiustamente sottratti il diritto allo studio, al gioco e alla spensieratezza.

“Ancora ttroppi bambini, nel mondo, anziché andare a scuola e vivere a pieno la loro infanzia, oggi sono costretti a lavorare in condizioni difficilissime, sottoposti a sforzi fisici inappropriati per la loro età, a orari massacranti anche di 12-14 ore al giorno e a gravissimi rischi per la loro salute, sia fisica che mentale. In tanti Paesi al mondo Save the Children lavora ogni giorno per proteggere i minori da tutto questo, collaborando con le istituzioni, gli attori locali e le comunità perché ad ogni bambino venga garantita l’opportunità di studiare e crescere in modo sano e per offrire il supporto necessario anche alle famiglie”, Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children.

Una realtà terribile che secondo Save the Children non risparmia neanche l’Italia dove, solo negli ultimi due anni, sono stati accertati più di 480 casi di illeciti riguardanti l’occupazione irregolare di bambini e adolescenti, italiani e stranieri, ma si tratta di un numero che potrebbe essere ben superiore visto che nel nostro Paese non esiste una rilevazione sistematica che può dare la visione d’insieme del fenomeno.

“Anche in Italia c’è ancora molto da fare per mettere fine allo sfruttamento lavorativo di cui sono vittime bambini e adolescenti, a partire dalla necessità di istituire una raccolta dati, sistematica e puntuale, che permetta di avere un quadro preciso del fenomeno. È inoltre fondamentale e urgente che le istituzioni rafforzino l’impegno per contrastare la povertà minorile e la dispersione scolastica, fenomeni entrambi strettamente collegati al lavoro minorile, e da questo punto di vista il livello di dispersione scolastica che dopo molti anni è ritornato a crescere non può che rappresentare un preoccupante campanello d’allarme”, Valerio Neri Direttore Generale di Save the Children.

Come previsto negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, entro il 2025 dovrebbe essere abolita ogni forma di sfruttamento del lavoro minorile ma nonostante i progressi degli ultimi anni (si consideri che nel 2000 il lavoro minorile coinvolgeva 246 milioni di bambine e bambini, 94 milioni in più rispetto alla situazione attuale) rimane ancora molto da fare.

Rapporto AGIA-UNHCR: i MSNA ci chiedono di non voltarci dall’altra parte ma di condividere con loro

Frutto del lavoro congiunto tra Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e Unhcr il Rapporto sull’ascolto e la partecipazione dei MSNA in Italia, presentato oggi a Roma presso il museo dell’Ara Pacis, evidenzia i rischi, le vulnerabilità, i sogni e i bisogni dei minori stranieri non accompagnati ospiti dei centri di prima e seconda accoglienza.

Ventidue le strutture visitate in 11 regioni per un totale di 203 minorenni coinvolti (età media 17 anni) di 21 nazionalità diverse, per aprire un focus specifico volto alla promozione del diritto alla partecipazione dei minori come mezzo per esercitare i propri diritti.

I minori sono visti come attori sociali competenti: titolati a prendere decisioni, soggetti attivi nei loro contesti, desiderosi di formare relazioni sociali e culturali.

E proprio nell’ascolto dei minori sono emerse le problematiche più rilevanti: nell’80% dei centri visitati sono state rilevate diffuse e sostanziali carenze nelle informazioni e nelle attività di orientamento destinate ai ragazzi. Nel 53% è stata denunciata la mancanza di attività di socializzazione e nel 47% dei casi è risultato che la permanenza nei centri di prima accoglienza o emergenziali si è protratta ben oltre i 30 giorni massimi fissati dalla legge.

“Ascolto e partecipazione sono stati gli assi su cui è stato sviluppato il ricco e articolato piano di lavoro realizzato in questi due anni con UNHCR”, Filomena Albano AGIA. “Grazie all’ascolto è stato possibile impostare le attività di partecipazione avviate nel 2018. Pur trattandosi di attività sperimentali le azioni hanno rappresentato una grande occasione di crescita”.

I giovani ospiti del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) di Firenze e Pescara ad esempio hanno portato la loro testimonianza ai corsi di formazione per aspiranti tutori volontari. Quelli di Roma hanno partecipato a laboratori di fotografia che sono stati l’occasione per realizzare la mostra Io So(g)no, in esposizione al Museo dell’Ara Pacis dal 19 giugno. Le attività hanno permesso ai minori di sentirsi parte di un processo in cui loro, al pari degli adulti, sono stati parte attiva.

“Quasi la metà della popolazione rifugiata nel mondo è costituita da bambini, molti dei quali trascorrono tutta la loro infanzia lontano da casa”, dichiara Carlotta Sami portavoce Unhcr per il Sud Europa “E’ molto importante collaborare con i minori stessi per garantire loro protezione, rafforzando i meccanismi di partecipazione attiva nelle decisioni che li riguardano, anche attraverso la collaborazione con le autorità nazionali come AGIA”.

AUMENTANO LE PERSONE IN FUGA NEL MONDO: 70,8 MILIONI NEL 2018

 

Il rapporto annuale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) Global Trends rivela l’aumento delle persone in fuga nel mondo UNHCR Global Trends

Nel 2018 il numero di persone che sono fuggite dal proprio Paese a causa di guerre, persecuzioni e conflitti è salito a quasi 70,8 milioni, 2,3 milioni di persone in più rispetto ad un anno prima e pari al doppio di 20 anni fa (Circa l’80% dei rifugiati vive in Paesi confinanti con i Paesi di origine).

I Paesi ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni 1.000 abitanti; i Paesi a reddito medio e medio-basso ne accolgono in media 5,8; i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale.

Quasi 4 rifugiati su 5 hanno vissuto da rifugiati almeno per cinque anni. Un rifugiato su 5 è rimasto in tale condizione per almeno 20 anni.

“Quanto osserviamo in questi dati costituisce l’ulteriore conferma di come vi sia una tendenza nel lungo periodo all’aumento del numero di persone che fuggono in cerca di sicurezza da guerre, conflitti e persecuzioni. Se da un lato il linguaggio utilizzato per parlare di rifugiati e migranti tende spesso a dividere, dall’altro, allo stesso tempo, stiamo assistendo a manifestazioni di generosità e solidarietà, specialmente da parte di quelle stesse comunità che accolgono un numero elevato di rifugiati. Stiamo inoltre assistendo a un coinvolgimento senza precedenti di nuovi attori, fra cui quelli impegnati per lo sviluppo, le aziende private e i singoli individui, che non soltanto riflette ma mette anche in pratica lo spirito del Global Compact sui Rifugiati” Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Dobbiamo ripartire da questi esempi positivi ed esprimere solidarietà ancora maggiore nei confronti delle diverse migliaia di persone innocenti costrette ogni giorno ad abbandonare le proprie case”.

Questi i dati sui bambini e gli adolescenti: nel 2018 un rifugiato su due era minorenne, 111.000 degli under 18 rifugiati erano soli e senza famiglia e circa 27.600 minorenni non accompagnati e separati dalla propria famiglia hanno chiesto asilo; dato particolare quello dell’Uganda che ha registrato 2.800 bambini rifugiati di età pari o inferiore a cinque anni, soli o separati dalla propria famiglia.

Siamo certi che la soluzione migliore per tutte queste persone sarebbe quella di poter rientrare nel proprio Paese in sicurezza ma nel 2018 solo 593.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nel proprio Paese. Un’altra possibile soluzione sarebbe l’integrazione nella comunità di accoglienza o il reinsediamento in un Paese Terzo: solo 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione e nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati (meno del 7%) .

“Ad ogni crisi di rifugiati, ovunque essa si manifesti e indipendentemente da quanto tempo si stia protraendo, si deve accompagnare la necessità permanente di trovare soluzioni e di rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di fare ritorno a casa” l’Alto Commissario Filippo Grandi. “Si tratta di un lavoro complesso che vede l’impegno costante dell’UNHCR, ma che richiede che anche tutti i Paesi collaborino per un obiettivo comune. Rappresenta una delle grandi sfide dei nostri tempi”.

Nuovo Rapporto UNICEF-OMS su acqua e igene: scarso accesso per una persona su tre

 

“Progress on Household Drinking Water, Sanitation and Hygiene 2000-2017 – Focus on Inequalities” (I progressi per l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari: 2000-2017: Focus speciale sulle disuguaglianze) questo il nuovo rapporto Unicef-OMS nel quale vengono indicati i progressi fatti per garantire l’accesso universale a servizi idrici e igenico-sanitari ed evidenziate le lacune ancora da colmare.

Dai dati pubblicati emerge che circa 2,2 miliardi di persone non dispongono di un accesso sicuro all’acqua potabile e 4,2 miliardi non possono usufruire di servizi igenici adeguati e ben 3 miliardi di persone non hanno gli strumenti per compiere un semplice ma fondamentale gesto per la salvaguardia della propria salute, ovvero, lavarsi le mani.

Si stima che 1 abitante del pianeta su 10 non ha un accesso sicuro all’acqua e l’80% delle persone prive di accesso all’acqua potabile vivono in aree rurali.

“Il solo accesso non è sufficiente. Se l’acqua non è pulita, non è sicura da bere o è troppo distante, e se l’accesso a un gabinetto non è in sicurezza o è limitato, non stiamo ottenendo risultati utili per i bambini nel mondo” Kelly Ann Naylor, Direttore associato dell’UNICEF per i programmi di Acqua e Igiene “i bambini e le famiglie delle comunità povere e rurali sono quelli maggiormente a rischio di essere lasciati indietro. I governi devono investire nelle loro comunità, se vogliamo colmare i divari economici e geografici e garantire questo fondamentale diritto umano.”

 

Circa 2 miliardi di abitanti del pianeta non dispongono ancora di un bagno, e nel 70% dei casi si tratta di persone che vivono in aree rurali, con particolare concentrazione (1/3) nei Paesi meno sviluppati (la fascia degli Stati più poveri in assoluto).

“Gli Stati devono raddoppiare i loro sforzi sul fronte dei servizi igienici o non raggiungeremo l’accesso universale entro il 2030” Maria Neira, Direttore del Dipartimento per la Salute Pubblica e i Fattori Ambientali e Sociali della Salute presso l’OMS “Se i governi falliranno nell’incrementare gli sforzi per i servizi idrici e igienici, continueremo a convivere con malattie che avremmo dovuto consegnare da tempo ai libri di storia: infezioni come diarrea, colera, tifo, epatite A e malattie tropicali trascurate come tracoma, parassitosi intestinale e schistosomiasi. Investire nei servizi idrici e igienico-sanitari è conveniente da un punto di vista economico e apporta grandi benefici alla società. È una base essenziale per una buona salute pubblica”

Ogni anno, nel mondo, 297.000 bambini sotto i 5 anni muoiono a causa delle carenze idriche e igieniche: la mancanza di latrine e fognature e la presenza di acqua contaminata sono anche alla base della proliferazione di malattie come colera, dissenteria, epatite A e tifo.

Risulta fondamentale ridurre le disuguaglianze nell’accesso di acqua e servizi igenico-sanitari e far si che i governi non diminuiscano finanziamenti e pianificazioni sul tema.
UNICEF-OMS-Water_Report_2019