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È Momò il primo minore non accompagnato che trova famiglia con il progetto di UNICEF “Terreferme”

Aprire la propria porta di casa a un minorenne straniero senza famiglia per accompagnarlo nel suo percorso di inclusione sociale: è questo lo spirito di “Terreferme”, progetto pilota di UNICEF e CNCA(Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza) e che oggi entra nella fase pienamente operativa con il primo abbinamento tra una famiglia e un ragazzo, realizzato in provincia di Milano. “Terreferme” è un progetto di affidamento familiare innovativo, non solo perché pensato per offrire anche a questi ragazzi l’opportunità di vivere in famiglia, ma anche perché pone le basi per un modello di intervento e collaborazione interistituzionale tra Regioni diverse: da un lato la Sicilia, che da sola ospita il 43% di tutti i minorenni stranieri non accompagnati (MSNA) presenti sul territorio nazionale, e dall’altro Lombardia e Veneto, dove sono presenti solide reti di famiglie affidatarie.

In questi mesi sono state selezionate 18 famiglie, e ben 260 tra cittadini e operatori sociali hanno partecipato a uno speciale percorso formativo per questa forma di affido, che comporta anche la conoscenza e la gestione delle differenze culturali tra le famiglie e i contesti di provenienza dei MSNA. Dieci di questi ultimi – fra i quali due sorelline della Costa d’Avorio di 11 e 16 anni – sono in attesa soltanto che si completino le ultime procedure amministrative per trasferirsi in una famiglia.

Momò, il giovane protagonista del primo abbinamento, proviene dall’Egitto. Il suo viaggio, con la rischiosa traversata del Mediterraneo, è ormai alle spalle. Da oggi la sua casa è quella di Stefano e Giovanna, a Vittuone, un piccolo comune nell’hinterland milanese. “Se siamo emozionati noi, figuriamoci lui!”, ha dichiarato Stefano. “Oggi per Momò è il giorno delle ‘prime volte’: il primo volo, la prima volta al Nord, il primo arrivo con qualcuno che è lì ad aspettare proprio te.”

Dietro ogni storia come quella di Momò c’è un progetto personalizzato, che si basa su un’analisi accurata dei bisogni specifici del minorenne e delle risorse sociali, educative e lavorative disponibili sul territorio ospitante.

“L’affido è sempre un’esperienza forte di ‘genitorialità sociale’ che accompagna e dà senso alla scelta della singola famiglia accogliente. ‘Ci vuole tutto un villaggio per far crescere un bambino’ dice una massima africana, e nulla di più vero si potrebbe dire per definire la storia, le finalità e l’essenza dell’affido familiare” ribadisce Liviana Marelli (CNCA). “L’esperienza di affido familiare è generativa di cambiamento per i singoli e per la collettività perché apre processi di confronto con la comunità locale, costruisce relazioni con le altre famiglie, sollecita corresponsabilità nei processi di inclusione e di avvio all’autonomia dei ragazzi/e accolti. Una comunità che accoglie riscopre il valore della reciprocità quale “bene comune” per tutti, non solo per il ragazzo/a in affido.”

Per conoscere la storia di Momò clicca qui.

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