Social e figli. La legge a tutela dei minori

Può considerarsi sempre legittimo questo “condividere” e “postare” l’immagine del figlio, sin dal momento della sua venuta al mondo? La questione non è stata sottovalutata dai giudici, che l’hanno recentemente affrontata in prospettiva garantista del minore. Infatti, si è scelto di punire il genitore che non si preoccupa, nel postare le fotografie sui portali più seguiti, della lesione del diritto alla riservatezza e all’immagine personale del figlio. Il Tribunale di Roma,  nel dicembre 2017, ha stabilito che l’autorità giudicante, oltre a poter ordinare la rimozione dai social network (su richiesta di uno dei genitori) delle immagini del minore, può anche prevedere una sanzione per il genitore che le ha postate.

I social network, da Facebook a Instagram, sono parte integrante e, spesso, ingombrante della nostra quotidianità, a volte si intrufolano nelle vite dei privati, scavalcando la riservatezza e superando la legalità. Ma anche la normalità dei gesti quotidiani. Avete mai notato quante persone, prima di assaggiare un piatto prelibato, si preoccupano di non guastarne il decoro, per poterlo immortalare in una fotografia, che possa raggiungere il maggior numero di likes?

Si comincia addirittura dal  “momento gravidanza”, per celebrare il quale vengono  postate,  giorno per giorno, pancine –  che diventano pancette e poi pancione -, vestite, nude, in movimento, sul divano di casa, per strada. I nove mesi più importanti nella vita di una donna – da sempre vissuti come intimi e riservati nelle dinamiche della casa familiare – hanno oggi conquistato il ruolo di indiscussi protagonisti delle pagine web, con l’inarrestabile condivisione di scatti, desiderosi di essere virtualmente apprezzati. Fino al punto di far trovare abitualmente in rete fotografie del feto alla sua prima ecografia, video registrati durante le doglie o profili dedicati a bambini “acchiappa likes”, ancora prima che vengano al mondo.

Il Tribunale di Roma,  nel dicembre 2017, ha stabilito che l’autorità giudicante, oltre a poter ordinare la rimozione dai social network (su richiesta di uno dei genitori) delle immagini del minore, può anche prevedere una sanzione per il genitore che le ha postate.

Il principio giuridico alla base di questi divieti e degli ordini di rimozione è semplice: la legge sul diritto d’autore (1941) prevede che il ritratto di una persona non possa essere esposto senza il suo consenso, salve eccezioni. In conformità, il decreto legislativo in materia di trattamento di dati personali (2003), dispone che la fotografia, come qualsiasi altro elemento identificativo, rappresenta un dato personale che non può essere diffuso senza l’autorizzazione del soggetto interessato. Se poi la fotografia riguardi un minore, entra in gioco anche la Convenzione sui diritti del fanciullo, che prevede la tutela rafforzata quando il soggetto protagonista degli “scatti” è un minore.

Quindi, la spontaneità di postare persino il taglio del cordone ombelicale, la spensieratezza di mettere in discussione l’intimità della gestazione e la presunzione di violare la privacy di un neonato, sono fattori che dovrebbero spingere qualsiasi utilizzatore a riflettere criticamente sulla dimensione che stanno assumendo i social network.

In ogni caso, bisogna ridiscuterne l’utilizzo e l’opportunità dell’uso stesso. Dobbiamo, infatti, avere la consapevolezza che i giudici considerano i social network come “luoghi aperti al pubblico, potenzialmente pregiudizievoli per i minori che potrebbero essere taggati o avvicinati da malintenzionati”. Pronti, perciò, i giudici, a punire con sanzioni “salate” le inopportune divulgazioni organizzate da genitori imprudenti.

Il grande ed egocentrico desiderio di un genitore di sentirsi parte integrante della comunità virtuale a suon di like scambiati sulla faccina del pupetto appena nato, deve essere valutato e sicuramente ridimensionato dal dovere primario che il genitore ha  di proteggere il minore. La rete, infatti, al pari della società è fonte di malignità: una madre lascerebbe mai il suo bambino, solo, in un luogo pubblico, senza sorveglianza alcuna? O indicherebbe a chiunque la localizzazione di quel bambino? Queste domande possono apparire retoriche nella vita reale ma certamente non lo sono in quella virtuale: con un semplice click, i figli,  vengono dai loro genitori continuamente catapultati nel web, e lì abbandonati  in navigazione solitaria.

Fonte: la Repubblica

 

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